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Il suo pensiero

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La sua concezione di allenamento non si ferma solamente al processo globale di sviluppo delle varie capacità per migliorare il rendimento agonistico dei calciatori.

Ventura intende l'allenamento, soprattutto, come un processo che tende ad aumentare le conoscenze dei calciatori. Per questo nel suo metodo trovano spazio situazioni che stimolano i calciatori a riflettere, a pensare e quindi far lavorare il cervello prima di agire. Cerca sempre di mettersi nei panni dei calciatori per poterli stimolare e rafforzarne la determinazione, aiutandoli a costruirsi una mentalità (vincente) con una costante applicazione sul lavoro.

Il successo di un allenatore dipende spesso più dalle sue qualità umane e dalla sua capacità di stabilire un rapporto vero con la squadra. Ventura sa bene che le difficoltà di comunicazione si risolvono spesso in insuccessi ed è per questo che basa tutto il suo lavoro sui rapporti...

La carriera da allenatore inizia con l'infortunio subito alla schiena che non gli permette di continuare a giocare ma da' lui la possibilità di iniziare questa nuova attività esattamente da dove era partito come giocatore: il settore giovanile della Sampdoria dagli esordienti agli allievi, dalla primavera alla prima squadra come preparatore atletico e allenatore in 2a. Alla Samp conosce due persone che incidono sulla sua formazione: Paolo Mantovani e Claudio Nassi. Esce dalla Sampdoria ed inizia a camminare da solo partendo dal basso Albenga, Rapallo, Entella, Spezia, Centese ma con il passare del tempo si rende conto che "allenava" ma non "faceva l'allenatore". A Pistoia trova un presidente Maltinti ed un giovane direttore sportivo Borgo che volevano portare a termine un'impresa; ricostruire una società che aveva vissuto la serie A ma poi decaduta fino ai dilettanti. Ed ? proprio l?g a Pistoia che inizia a "fare l'allenatore" nel senso che inizia a dare qualcosa di veramente suo, solo suo, creando il gioco ed organizzando la squadra. Non per caso inizia a vincere, a ricostruire ed a lanciare giocatori. Negli anni successivi incontra altri presidenti (Zamparini, Semeraro, Moroni, Cellino) e dirigenti con i quali stabilisce sempre un rapporto di massima fiducia e di chiarezza sugli obiettivi, presupposti che gli permettono di continuare a "fare l'allenatore". Arriva anche il momento di rientrare a Genova, voluto fortemente nella "sua" Samp dal presidente Enrico Mantovani. Si parla di "rifondare la Samp, di creare le basi per la risalita", c'? da fare un lavoro adatto a lui, e lui non si tira indietro. I presupposti per portare a termine l'impresa si devono creare tutti assieme dirigenti allenatore e giocatori e lui lo sa bene. Si rende conto che qualcosa non va, ma prosegue il suo lavoro anche se stavolta qualcosa non nasce. Ci voleva più tempo a disposizione? Più disponibilità da parte di tutte le componenti? Meno chiacchiere e più fatti? Più fiducia e coerenza? Non lo sapremo mai. Alla fine ? mancato un punto alla promozione, ma peggio ancora i presupposti per continuare un lavoro che aveva rispettato obiettivi e aspettative. In silenzio, come nel suo stile, ha lasciato il passo ad altri, ferito nell'orgoglio ma non sconfitto.

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